Intervento del Prof. Sergio Lanza
Insegnante del Centro Territoriale Permanente per l'Educazione degli Adulti,
Scuola "A.Cruto" di Piossasco
Quando Roberta, il Sindaco, mi ha chiesto se volessi fare oggi questo intervento in occasione della giornata che ricorda la nascita dell’Unità d’Italia, mi ha detto : “Ho saputo che sei uno storico del Risorgimento…” No, non sono uno storico del Risorgimento, sono un insegnante di storia che ogni giorno si prepara per aiutare (e non certo per inculcare), per aiutare i suoi studenti (i miei non sono ragazzi, sono adulti e molti sono stranieri venuti in Italia da tanti altri paesi), a costruirsi una visione della realtà e del mondo contemporaneo, a conoscere la storia degli uomini e di questo nostro paese, la storia che ci ha portato fin qui. E la prima cosa che cerco di comunicare è come la storia possa essere raccontata in tanti modi diversi. E così è anche per il Risorgimento, per la storia che ha portato l’Italia all’Unità in un unico stato nazionale, sotto questa bandiera che sventola questa volta, finalmente, non solo per i mondiali di calcio.
L’Unità ci è stata presentata, soprattutto in passato, come un periodo epico di eroi e grandi personaggi, tutti interessati solo al bene della patria e degli italiani, con toni retorici e celebrativi; altri la vedono invece come una operazione forzata di conquista, di espansione territoriale, di colonizzazione del resto d’Italia, in particolare delle regioni meridionali, da parte del Nord, in particolare del Piemonte, della sua dinastia regnante, della sua aristocrazia, della sua forte borghesia.
Altri ancora vedono il cammino verso l’Unità d’Italia come una unificazione forzata che ha eliminato e snaturato le autonomie e specificità locali, provocando più danni che vantaggi.
Sono visioni diverse, che ci devono spingere ad accettare, a cogliere la complessità di questo passaggio storico, cui hanno contribuito tanti soggetti e protagonisti diversi, con diverse visioni di quel cammino, con diverse prospettive, ma capaci di far convergere insieme le loro azioni per il raggiungimento dello stesso obiettivo, la formazione in Italia di un unico stato.
Innanzitutto i primi patrioti, in maggioranza giovani di 20-30 anni, che hanno sacrificato le loro attività, il loro tempo, le loro sostanze e sovente anche la vita, finendo fucilati o in prigione o esiliati, per diffondere e realizzare il loro ideale. Sono i Sivio Pellico, Ciro Menotti, i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Daniele Manin, Santorre di Santarosa, Cattaneo, Goffredo Mameli. Ecco proprio lui, morto a 22 anni nella difesa della repubblica romana, col suo Canto degli Italiani, scritto nel 1847, che diventerà Inno nazionale nel 1946.
Benigni ci ha emozionati con il racconto di questo inno. In quel testo romantico ci sono due messaggi fondamentali che esprimono proprio gli ideali di questi patrioti: “noi fummo da secoli calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, un’unica speme: di fonderci insieme già l’ora sonò.” L’Unità dell’Italia prima di tutto. E poi:
“Giuriamo far libero il suolo natio, uniti con Dio chi vincer ci può. Stringiamo ci a coorte siam pronti alla morte, Italia chiamò” Ecco il secondo obiettivo: la liberazione e l’indipendenza dell’Italia, innanzitutto dalla dominazione austriaca.
Ecco il Risorgimento: Fratelli d’Italia l’Italia s’è desta, un popolo, che si risveglia, che risorge, che si rialza per riconquistare la sua unione, libertà e dignità.
Ma ci sono anche importanti interessi economici, c’è l’interesse a eliminare i confini e le barriere doganali, ad allargare i commerci, a potenziare la rete di trasporti di strade e ferrovie, che favoriranno l’allargamento del mercato e dei profitti, interessi a cui è certamente attenta e sensibile la crescente borghesia, in particolare del Piemonte.
C’è la grande figura di Mazzini, presenza morale e intellettuale, quasi mistica, anima ispiratrice del Risorgimento, il più della sua vita costretto all’esilio all’estero, ma dietro a ogni insurrezione e movimento cospiratore. Amato o temuto, in particolare per le sue idee repubblicane, che vogliono affermare le esigenze piùdemocratiche, che mettano fine al domino delle monarchie assolute. Capace di prevedere la necessaria dimensione europea dei cambiamenti (e per questo trasformerà la sua Giovine Italia, in Giovine Europa).
E c’è soprattutto Giuseppe Garibaldi, che nel cuore degli italiani (e non solo), accanto alla inseparabile Anita, sovrasta tutti gli altri protagonisti. C’è il suo grande fascino di figura carismatica di combattente, di comandante coraggioso, vincente e trascinatore, di difensore degli oppressi e di liberatore dai tiranni e dalle ingiustizie. Sono sue le imprese più conosciute ed esaltate, a partire dal Sudamerica, poi la difesa della Repubblica Romana, e soprattutto la spedizione dei Mille, per liberare il sud dai Borboni, impresa che lo consacrerà tra gli eroi più leggendari.
Ma ci sono anche i contadini soprattutto siciliani, che nell’attesa di Garibaldi, si fidano delle promesse della nuova Italia, ma quella libertà che il tricolore doveva portare, non sempre coincideva con la loro idea di libertà, che voleva dire soprattutto pane, terra, liberazione dalla miseria, fine dell’oppressione borbonica, ma anche dei proprietari terrieri che li tenevano in sfruttamento e miseria. A Bronte, un paese di Sicilia in provincia di Catania, i contadini pagheranno con fucilazioni e processi la loro rivolta. E saranno i garibaldini ad eseguire le sentenze.
Il popolo non è stato forse il protagonista centrale del Risorgimento, inizialmente ai margini del movimento insurrezionale, patrimonio delle elites più sensibili e politicizzate, ma certamente si è coinvolto nelle fiammate del 1848: le 5 giornate di Milano, la Repubblica di Venezia, le 10 giornate di Brescia, la Repubblica Romana, che costringe nel 1949 il Papa a scappare e rifugiarsi a Gaeta.
Ed è anche vero che al Sud, dopo l’iniziale entusiasmo per Garibaldi, il distacco dal nuovo stato prevale sulla partecipazione e il coinvolgimento.
Sicuramente decisivo il ruolo dei re di Piemonte e Sardegna, i Savoia, Carlo Alberto e il figlio Vittorio Emanuele II, preoccupati, sì, di conservare e ingrandire il loro regno, ma anche capaci di mettersi alla testa di questa impresa non certo facile e scontata, tanto che Carlo Alberto, più dubbioso, tormentato ed esitante ( e per questo si portò dietro il soprannome di Re Tentenna o più nobilmente indicato dal Carducci come “italo Amleto”) ne viene tragicamente travolto e dopo la sconfitta di Novara nella 1^ guerra di indipendenza (23 marzo del 1849), lascerà il regno al figlio, non ancora trentenne, Vittorio Emanuele, ritirandosi in Portogallo dove amareggiato morirà dopo soli tre mesi.
Ma Vittorio Emanuele saprà riprendere e dare sicurezza al progetto che vedeva nei Savoia, l’unica dinastia legittimata al ruolo di re della nuova Italia. Re meno colto e raffinato, descritto come più appassionato alla caccia e alle donne, che alla politica, ma certo più deciso, concreto, e affidabile nelle decisioni. “Re Galantuomo”, perché seppe resistere, appena insediato sul trono dopo la sconfitta del ‘49, alle pretese austriache del generale Radeschi di cancellare lo Statuto Albertino, firmato l’anno prima da Carlo Alberto, che concedeva alcune libertà, istituiva accanto al Senato di nomina regia la camera dei deputati, elettiva, anche se da un numero molto ristretto di “regnicoli” (ben diverso da cittadini!) circa il 2% della popolazione. Era l’avvio del passaggio da monarchia assoluta a monarchia costituzionale.
Sarà Vittorio Emanuele, il 17 marzo 1861, nella seduta del primo Parlamento Italiano a Torino, capitale del regno, “ad assumere per sé e i suoi successori” il titolo di re d’Italia, anche se quel “secondo” e non primo, richiama più che la fondazione di un nuovo stato, il prolungamento di quello vecchio.
Certo la figura centrale del Risorgimento, per la sua genialità politica, per la sua capacità di tenere i fili di tutte le vicende e ricondurli all’obiettivo principale che voleva perseguire, appunto la formazione di uno stato unitario sotto i Savoia, è Camillo Benso , Conte di Cavour.
Attento alle trasformazioni in atto nel resto dell’Europa, sia nello scenario politico internazionale, sia sul terreno delle innovazioni dei sistemi di produzione e di scambio commerciale nell’agricoltura e nella nascente industria manifatturiera, (pensiamo al canale Cavour per favorire l’irrigazione delle risaie piemontesi, alla coltura e valorizzazione del Barolo nelle sue tenute e nella sua opera di sindaco di Grinzane, a 22 anni ,dal 1832 al 1849, prima di diventare ministro dell’agricoltura sotto i Savoia. E più vicino a noi, l’acquedotto di Sangano, mirabile opera di ingegneria idraulica realizzata nel 1859 , che porta l’acqua del Sangone da Sangano a Torino, senza una pompa,in una galleria in progressiva pendenza fino a corso Regina Margherita.)
Efficace mi sembra la descrizione che ne dà Eugenio Scalfari in un articolo di qualche mese fa: “Cavour era probabilmente il solo ad avere una visione d´insieme e gli strumenti per guidare pragmaticamente quel movimento i cui molteplici fili passavano tutti tra le sue mani. Aveva una diplomazia, un esercito, denaro, spie e una passione. Usò spregiudicatamente Garibaldi, pose il problema italiano nel consesso europeo radunato a Plombiers, usò la contessa di Castiglione e Costantino Nigra per stipulare l´alleanza con Napoleone III, volle il matrimonio tra la figlia del re e Girolamo Bonaparte, mandò i bersaglieri in Crimea. Cercò perfino di utilizzare Mazzini e Cattaneo. Cercò di bloccare l´impresa dei Mille ritenendola prematura, ma quando le Camicie Rosse salparono da Quarto fece di tutto perché la squadra navale inglese ne favorisse l´arrivo a Marsala. Alla fine mise in marcia l´esercito verso il Sud e lo fece seguire dai plebisciti di annessione.”
Fautore di uno stato laico in cui praticare la sua idea di “libera Chiesa, in libero Stato”, fu avversato dalla Chiesa, in particolare da Pio IX, che dopo un momento iniziale di sostegno alla causa risorgimentale, ne divenne uno dei più accaniti oppositori, fino alla definitiva rottura con il nuovo stato italiano, al momento della presa di Roma , il 20 settembre 1870, e al suo riconoscimento come capitale dell’Italia (dopo un primo trasferimento della capitale da Torinoa Firenze nel 1865). Pio IX si dichiarò “prigioniero politico”, non riconoscendo lo stato italiano, che riteneva il legale usurpatore, proibendo con il “non expedit” a tutti i cattolici italiani di andare a votare e di partecipare a qualsiasi attività politica dello stato italiano. Rottura che si sanerà solo nel 1939, sotto il fascismo, con la firma del Concordato.
Curiosa contraddizione: Cavour, laico e giudicato anticlericale, morirà qualche mese dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia, e chiederà , in punta di morte, di ricevere i sacramenti ... e dall’altra il Papa Pio IX, che sospende a divinisfrate Giacomo da Poirino, che glieli impartì, nonostante Cavour, scomunicato, non avesse rinnegato il suo operato nel costruire l’Unità d’Italia. Tra l’altro, è curioso e interessante che qui a Piossasco, la piazza centrale, dove ci siamo ritrovati stamattina - di fonte alla Chiesa - sia intitolata proprio Piazza xx settembre, giorno della presa di Roma al Papa. Forse per affermare la separazione di queste due realtà, lo stato e la chiesa, ma credo anche nello stesso tempo per riconoscere la loro necessaria convivenza, proprio nello spirito di reciproca indipendenza e rispetto.
Certo, le criticità e i problemi che accompagnarono e seguirono il processo di unificazione dell’Italia, furono diversi e alcuni hanno lasciato il segno fino a noi: un eccessivo centralismo nel governo del paese, la difficoltà nel realizzare un vero processo di integrazione tra le varie parti dell’Italia, in particolare del Meridione, dove la dura repressione del Brigantaggio da parte del nuovo stato (impegnando fino a 120.000 soldati), senza coglierne gli aspetti di sociale protesta e ribellione, pur selvaggia e brutale, segnò un sanguinoso solco tra il Sud e il nuovo stato nascente.
Complessità, contraddizioni e difficoltà di un grande processo storico con i suoi protagonisti, che è giusto e vale la pena ricordare, senza il peso della retorica ma riconoscendo in quella storia una parte decisiva della nostra storia, che dall’Unità ci porterà alla prima guerra mondiale, al trauma della dittatura fascista, alle guerre coloniali e alla tragedia della seconda guerra mondiale, e, attraverso la resistenza, alla liberazione e alla nascita della Repubblica, e infine alla ricostruzione economica, masoprattutto alla ricostruzionecivile e morale di quei valoriche troveranno piena affermazione nella nostra Costituzione repubblicana e democratica, come fondamento del nostro stato.
Trovo una forte analogia tra la convergenza di forze diverse che portò all’Unità d’Italia e la capacità delle forze democratiche così diverse tra loro (democristiani, comunisti, socialisti, liberali,…), di costruire quell’intesa che portò alla stesura e approvazione della nostra Costituzione. E’ attorno ai suoi valori che si può compiere l’opera di unificazione del nostro paese, iniziata dai patrioti risorgimentali, da Cavour, da Mazzini, Garibaldi:
- la sovranità che appartiene a tutti i cittadini, riconoscendo in particolare attraverso il voto alle donne , subito nel 1946, il ruolo fondamentale da loro svolto (anche nel Risorgimento)
- la Repubblica, una e indivisibile, che però riconosce e promuove le autonomie locali
- l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e l’impegno a ridurre le disparità di condizioni sociali ed economiche
- la libertà religiosaper tutte le confessioni, richiamando l’indipendenza e la sovranità dello Stato e della Chiesa, ciascuno nel proprio campo
- l’irrinunciabile separazione ed equilibrio tra i poteri
- l’impegno che la scuola e il lavoro diventino strumenti veri per garantire la dignità, la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini italiani, e anche dei nuovi cittadini che arrivano da tante parti del mondo.
E ancora la continuità di quella storia fino a noi mi sembra possa essere richiamata dalla parole di Piero Calamandrei, uno dei più illustri parlamentari che parteciparono alla stesura della nostra Costituzione, quando al momento della sua entrata in vigore - il 1 gennaio del 1948 - scrisse, riferendosi alla Costituzione, ma potremmo estenderlo anche al processo di unificazione che stiamo ricordando
“E’ il programma di una rivoluzione non ancora attuata, ma promessa per l’avvenire”
E’ questa promessa che ciascuno di noi è chiamato a realizzare nel suo ruolo, al suo posto, sul lavoro, a scuola, in famiglia, nella vita pubblica e nella vitaprivata.
E’ questo impegno che credo sia il senso da dare a questo tricolore, ispirato dai valori della libertà, uguaglianza, e della solidarietà.
E’ questa la speranza che la nostra storia deve trasmettere alle giovani generazioni che stanno crescendo: un cammino iniziato 150 anni fa , che dobbiamo e vogliamo portare a compimento.